PREMI CONCORSI 2025

FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO VERCELLI- STORIE DA MUSEO 12 dicembre 2025

A volte una storia trova da sola la sua strada.

Oggi ho scoperto che "Il seme dei cerchi" è entrato tra le opere selezionate dalla giuria del Concorso Letterario Storie da Museo. Un piccolo passo, ma per me pieno di luce.

Il racconto è stato ispirato dal museo Città dell'arte - Fondazione Pistoletto. 

Nasce contemplando il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto: tre cerchi intrecciati come tre respiri del mondo. Il primo è la natura com'era, il secondo è ciò che abbiamo costruito e il terzo — quello centrale, più ampio — è ciò che potremmo diventare. Uno spazio di equilibrio possibile, fragile e visionario, dove l'uomo non divide, ma ricuce.

Vi riporto il racconto: 

Nell'ex fabbrica che un tempo rimbombava di telai e voci operaie, tutto parlava di un'epoca in

cui la produzione aveva il ritmo di un respiro collettivo: volti concentrati, mani segnate, sorrisi

fugaci. Oggi, invece, lo spazio era silenzioso, abitato soltanto dal grande simbolo dei tre cerchi

intrecciati.

Lidia ci lavorava come operatrice museale, controllando che materiali rimanessero integri e

visitatori soddisfatti.

Ma da tempo, davanti a quell'opera, provava qualcosa che andava oltre il dovere professionale.

Le sembrava che i cerchi fossero tre cuori, tre pianeti, tre porte sospese a metà fra memoria e

futuro. Ogni volta che vi passava davanti, il mondo intorno a lei sembrava rallentare, come se

l'aria stessa fosse in attesa di un segnale.

Una sera di dicembre rimase sola nel museo. I colleghi erano andati via presto, e il custode

l'aveva salutata lasciandole le chiavi. Fuori cadeva neve sottile, e il silenzio amplificava il battito

del suo cuore. Si avvicinò all'opera, seguì con la mano la linea del cerchio centrale. La corda era

ruvida, eppure sembrava pulsare sotto le dita. Un fremito le corse lungo il braccio, e un ricordo

la colpì: la fabbrica non era mai stata solo cemento e macchine, ma anche sogni e speranze di

chi ci aveva lavorato.

In un istante lo spazio mutò.

Non più muri industriali, ma una distesa sconfinata dove alberi e antenne crescevano intrecciati,

i ruscelli correvano accanto a canali di vetro luminoso e stormi di uccelli volavano mescolati a

droni metallici. Lidia restò immobile, sopraffatta da quello scenario. Era come se la natura e la

tecnologia, invece di contendersi il dominio, convivessero in un equilibrio impossibile ma reale.

Camminò a tentoni, scoprendo che il terreno sotto i piedi era un mosaico di erba e metallo fuso,

tiepido come pelle viva. A ogni passo sentiva un ronzio, simile a un coro di voci invisibili. Il cielo

sopra di lei mutava continuamente, dipingendo nuvole che si dissolvono in circuiti luminosi e

raggi di sole che riflettevano schemi geometrici.

Poi un uomo anziano la raggiunse. Aveva un mantello fatto di foglie e circuiti intrecciati, e il suo

sguardo conteneva insieme la calma della foresta e la precisione di una macchina.

«Benvenuta» disse. «Hai varcato la soglia del Terzo Paradiso. Qui l'uomo non distrugge più ciò

che lo circonda, e la natura non teme l'invenzione. Qui i due mondi si sostengono».

Camminarono insieme. Lidia vide campi dove agricoltori e robot lavoravano fianco a fianco,

bambini che giocavano con aquiloni di carta e ologrammi, città trasparenti che si piegavano

come canne al vento. In una piazza, un gruppo di anziani raccontava storie attorno a un fuoco

digitale. In una scuola, i ragazzi studiavano con libri di carta e schermi sospesi nello stesso

banco.

Passarono accanto a fiumi che scorrevano tra città e foreste intrecciate, e Lidia si accorse che

ogni elemento del mondo parlava, raccontava una storia, un ricordo, un gesto umano che aveva

scelto di non distruggere ma di trasformare. Vide fabbriche dismesse rinate come giardini

sospesi, e si sentì stranamente riconciliata con la memoria di quel luogo che aveva creduto

morto.

«Perché non esiste da noi?» chiese Lidia, colma di un desiderio improvviso di restare lì per

sempre.

«Perché voi siete ancora al bivio» rispose l'uomo. «Il simbolo che contempli non è un traguardo,

è un invito. Ogni persona che lo incontra porta con sé la possibilità di costruire questo

equilibrio. Ma serve coraggio, e la volontà di cambiare ciò che sembra immutabile».

Mentre parlava, Lidia si accorse che sul palmo della mano le era rimasto impresso il segno dei

tre cerchi. Lo sfiorò, ma non svanì. Sembrava inciso nella carne come un tatuaggio invisibile. «E

se non fossimo capaci?» domandò, quasi temendo la risposta.

«Allora il Terzo Paradiso rimarrà solo un sogno. Ma se anche un solo gesto umano saprà unire

invece che dividere, la soglia non si chiuderà. Ricorda: il futuro non è un luogo da raggiungere, è

una responsabilità da abitare».

Lidia abbassò lo sguardo, sentendo un misto di speranza e paura. Quando lo rialzò, il paesaggio

cominciava a dissolversi. Le città trasparenti si sfaldavano come sabbia, il cielo luminoso si

richiudeva su sé stesso, e infine l'intera scena si ridusse a un bagliore nel vuoto.

Si ritrovò nella sala della fabbrica, con la neve che filtrava dalla vetrata. L'opera taceva,

immobile come prima. Eppure, qualcosa era cambiato.

Quando uscì all'aperto, con il segno ancora inciso sulla pelle, Biella le sembrò diversa. Non più

soltanto una città di nebbia e fabbriche dismesse, ma un terreno pronto a germogliare. Il vento

freddo le pungeva il volto, eppure in quel gelo Lidia sentiva un calore nuovo, come se la soglia

non si fosse chiusa del tutto.

Da allora, ogni volta che accompagnava i visitatori davanti all'opera, Lidia li osservava in silenzio:

alcuni passavano distratti, altri restavano a lungo, ipnotizzati dal gioco dei cerchi intrecciati. Lei

non diceva mai nulla, ma in ognuno cercava quel lampo negli occhi, la scintilla che le avrebbe

detto: anche tu hai visto la soglia. Perché il Terzo Paradiso non era altrove. Non era un sogno da

dimenticare all'alba. Era un seme che attendeva mani nuove per crescere. Ed era lì, in attesa di

essere costruito.



ASSOCIAZIONE CULTURALE IL MAESTRALE - 18 ottobre 2025

Ringrazio la Giuria del Concorso, presieduta dalla prof.ssa Romana Marchetti, per rientrare tra i primi 9  270 racconti.

Queste soddisfazioni mi riempiono il cuore, in questo caso doppiamente in quanto da quest'anno mi sto cimentando anche in brevi racconti ❤️

Vi riporto il racconto:

"Il Bar delle Cose Dimenticate"

Il tavolino era lì, immobile, come sempre.

Tondo, freddo, di metallo grigio opaco. Lo avevano lucidato chissà quante volte, eppure portava ancora i segni di centinaia di mani passate, dita impazienti, bicchieri trascinati. Sopra: una tazzina di caffè vuota, una bustina di zucchero aperta con cura, un cucchiaino ancora umido, un portatovagliolo cromato e un invito strappato adagiato nel portacenere.

Nessuno sapeva da quanto tempo tutto fosse lì. Alcuni clienti giuravano di averlo visto identico ogni mattina, altri erano certi che cambiasse leggermente a ogni ora: una piega in più sul tovagliolo, una goccia diversa sulla tazzina, un riflesso sul metallo che non c'era prima.

Il bar non aveva nome. O meglio, se ce l'aveva, nessuno riusciva a leggerlo. L'insegna, scolorita da anni di sole e pioggia, mostrava solo una forma vaga, come un pensiero sfuggente. Eppure, la gente continuava a venire.

Alcuni erano solo passanti distratti. Altri sembravano usciti da sogni interrotti, da libri mai scritti o da ricordi troppo vecchi per avere un nome: creature singolari, custodi di nostalgie.

Il primo a comparire fu l'uomo vestito di tempo: letteralmente coperto di orologi, sveglie, clessidre e ingranaggi , a ogni suo passo faceva ticchettare l'aria. Ordinò un caffè senza zucchero, poi chiese al cameriere se poteva avere un momento di silenzio assoluto. Il cameriere annuì, svanì in una nube di vapore, e lasciò che il tempo si fermasse per trenta secondi esatti. L'uomo bevve quei secondi come un liquore raro, poi scomparve, lasciando la sua ombra sulla sedia.

Qualche giorno dopo arrivò una donna con la valigia piena di suoni. Non parlava, ma ogni volta che apriva la valigia uscivano note: un mi bemolle sospeso, una risata di bambino, il rumore delle onde . Sedette al tavolino, prese la tazzina vuota, ci soffiò dentro e ne uscì un'eco delicato di poesie. Il portacenere si riempì di foglietti bianchi su cui comparirono frasi che sembravano respirare da sole:

– "Le tue parole sono gocce. Io sono il tuo fiore reciso. Dissetami."

– "Tutto ciò che è imperfetto. Come me. Come noi."

– "Il dolore è l'antidoto al dolore. Purifica l'abisso dell'anima."

– "Fradicio di solitudine."

Quando finì, la donna chiuse la valigia con un piccolo clic: il suono preciso dell'addio. Non si voltò. Usci così come era entrata, attraversando il silenzio come un suono che sfuma. Sulla sedia rimase solo l'odore lieve di un temporale che non si manifesterà.

Puntuale ogni primo novembre, quando i morti sussurrano nei sogni, si presentava un bambino con occhi troppo grandi per il suo volto. Diceva di essere nato da un sogno interrotto. Non beveva nulla, non toccava nulla. Rimaneva seduto a osservare. A volte rideva senza motivo, come se ascoltasse una barzelletta raccontata da una stella. Altre volte piangeva fissando il cucchiaino, come se vi vedesse il riflesso di un futuro impossibile. Poi si alzava e spariva dietro la siepe, lasciando sul tavolino una biglia trasparente che cambiava colore a seconda di chi la guardasse.

Eppure, nonostante tutto, il tavolino non mutava.

C'era sempre un portacenere con dentro dei foglietti , una tazzina nera con residui di caffè, la scritta "arabica blend" che sembrava un titolo di un libro mai pubblicato e il cucchiaino sempre a destra, come se il tempo fosse mancino.

L'ultimo ad arrivare, una sera d'inverno, fu un uomo senza volto. Indossava un lungo cappotto cucito con frasi incompiute: alcune si leggevano appena, altre si perdevano tra le righe, come pensieri sfuggenti durante il sonno.

Si avvicinò al bancone e disse : «Questo è il Bar delle Cose Dimenticate. Nessuno viene qui per caso. Ci si siede, lascia qualcosa e si porta via un'assenza.» . Poi si sedette e cominciò a scrivere con una penna invisibile sopra un tovagliolo bianco.

Non parole, ma pause, silenzi tra parole mai dette e ogni tratto che tracciava sembrava richiamarne un altro.

Quando ebbe finito, il tovagliolo tremò leggermente , si sollevò come una farfalla e allora accadde:

Dal nulla comparve l'uomo vestito di tempo. Gli orologi che portava addosso erano tutti fermi, ma nel suo sguardo c'era la memoria di ogni attimo trascorso. Si sedette e dal suo polso staccò una clessidra ormai vuota.

La donna con la valigia piena di suoni arrivò poco dopo. Appoggiò la valigia chiusa sul pavimento e per la prima volta la lascio lì. Poi si avvicinò all'uomo senza volto e gli porse un foglietto. Sopra una nota unica: un sol spezzato, come il rimpianto.

Infine, il bambino dagli occhi troppo grandi entrò correndo, portando tra le mani una biglia che non mutava più colore come una ferita guarita. La posò sul tavolo e rivolgendosi all'uomo senza volto disse: " Mi hai sognato. E adesso mi ricordi".

L'uomo senza volto smise di scrivere , si alzò e lascio il tovagliolo vicino alla tazzina. Nessuna frase era scritta con l'inchiostro, ma tutte restavano impresse come cicatrici .

Tutto tacque, per un tempo che non era tempo.

Poi lentamente tutti svanirono.

Il Bar delle Cose Dimenticate è così: non si spiega. Si accoglie.

Alcuni lo incontrano nei sogni.

Altri nei giorni d'autunno troppo silenziosi.

Altri ancora tra le pagine di un libro che non hanno mai letto.

Si manifesta quando perdi un numero di telefono che non avresti voluto dimenticare.

Quando chiudi gli occhi per cercare un viso e ne trovi un altro.

Quando ti svegli con la sensazione di aver lasciato qualcosa tra le lenzuola, ma non sai cosa.

Il barista, che cambia volto ogni settimana, a volte parla, a volte scrive. A volte è la voce del vento, a volte quella del tempo stesso. Ha servito dimenticanze, rimorsi e attese così lunghe da sembrare vite intere.

Ora il tavolino è di nuovo lì.

Con la tazzina nera, il foglietto spiegazzato, il cucchiaino a destra.

Sembra uguale, ma non lo è.

Perché ora c'è anche il tuo riflesso nel bordo della tazzina.

Siediti. Aspetta.

Forse stai per dimenticare qualcosa.

O forse stai per ritrovarti.


CONCORSO " IN BREVE 2025" ASSOCIAZIONE CULTURALE LE GHIRLANDE-

 14 SETTEMBRE

Oggi vi presento la poesia "Amicizia" con la quale ho partecipato al Concorso "Inbreve 2025" dell' Associazione Culturale LeGhirlande.

 La poesia sarà presente nell'antologia .

Nella mia vita , fino ad ora, ho sempre avuto più conoscenze che amicizie: sono stata una bambina e adolescente molto solitaria, soffrendone non lo nego e forse proprio per questo ho sentito il desiderio di mettere in versi come mi immagino questo legame cosi raro e prezioso. La magia di sentirsi sempre vicini. 


CONCORSO AVOD - IMOLA 13 SETTEMBRE 2025

Sono felicissima di aver conquistato il secondo posto alla terza edizione del concorso poetico "AVOD", organizzato dall'Associazione di volontariato Avod. 

 Ogni giorno si impegna con cuore e dedizione ad aiutare le persone più fragili e le loro famiglie, un lavoro silenzioso ma prezioso che merita tutta la nostra riconoscenza.

Con la mia poesia "Nel respiro dei segni" ho provato a dare voce a emozioni che porto dentro, e ricevere questo riconoscimento è stato un dono speciale.

Un grazie di cuore alla giuria, all'associazione e a chi ha reso possibile questa bellissima esperienza. E un grazie particolare per i premi artigianali: oggetti unici, fatti con passione, che custodirò con grande affetto. 

Vi riporto la poesia:


CONCORSO PAOLA FASULO 2025  - 22 GIUGNO 2025

Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine alla giuria del 4° Premio Letterario Internazionale Paola Fasulo per avermi conferito il Diploma di Merito per la Poesia. 

È per me un grande onore vedere la mia opera riconosciuta in un concorso così importante, che unisce letteratura e impegno umano in un tema profondo come "il cancro fra dolore, rassegnazione e coraggio".

Ringrazio il Gruppo Amici di Paola, l'associazione A.N.D.O.S., la città di San Donà di Piave, e tutti gli organizzatori e promotori dell'iniziativa, per il loro impegno costante nel dare voce alle emozioni e al vissuto attraverso la scrittura.

Riporto la mia poesia:


TITOLO: "."

Il dolore è l'antidoto al dolore.

Purifica l'abisso dell'anima.

Tra il rimorso e il desiderio

risale nelle vene

chiude lo stomaco

schiaffeggia la vita.

Un'altra lacrima.

Un altro urlo.

L'ennesima vertigine.

E ritorno a respirare.



PREMIO SLANCIO 2025- MONZA

Premio SlAncio2025 per aver aperto la sua porta alle mie parole, premiandomi su 365 partecipanti totali al primo posto della sezione POESIA!  

Vi riporto la poesia:

QUANDO…

Quando arriverai alla mia porta,

non dimenticarti di bussare.

L'ho disegnata apposta per te.

Porta una lucciola: ho bisogno di luce.

Così, se dovessimo incontrarci al buio, ti riconoscerò.

Quando arriverai alla mia finestra,

non dimenticarti di aprirla.

L'ho disegnata apposta per te.

Porta una candela: ho bisogno di calore.

Così se dovessimo incontrarci d'inverno, ti riconoscerò.

Quando arriverai al mio cuore,

non spaventarti.

C'è una porta coperta da ragnatele di dolore, mancate attenzioni.

L'ho disegnata, piena di speranza, tanti anni fa.

Porta la tua chiave: ho bisogno di te.

Così, se volessi aprirla, ti riconoscerò.

E se non mi verranno le parole giuste,

donami i tuoi silenzi.

Accarezzami la fronte.

Fa' che possa amarti così,

con un nodo in gola,

ma la certezza nel cuore.


ANTOLOGIA GPM EDIZIONI

Condivido con voi la splendida notizia ! Tra oltre 500 partecipanti, tre mie poesie faranno parte dell'antologia AUTORI CLASSICI E CONTEMPORANEI VOLUME 2.

Le poesie sono :" RESPIRA" " BOATO" "QUANDO"  

Sono stata accosta al poeta Paul Valéry (1871–1945).

Poeta e pensatore francese, ricercò sempre un'arte rigorosa, limpida e controllata, dove la forma perfetta diventava il luogo privilegiato dell'intelligenza. La sua poesia tende verso l'astrazione e la riflessione filosofica, con un forte legame tra bellezza, precisione e pensiero. 

Mi ritrovo in lui in quanto  ricercava una poesia che fosse armonia di pensiero , esplorando il proprio IO.

Valéry scolpisce il pensiero, Esuvia canta la vita: entrambi trasformano l'anima in musica di parole.  


Vi riporto le poesie:


QUANDO…

Quando arriverai alla mia porta,

non dimenticarti di bussare.

L'ho disegnata apposta per te.

Porta una lucciola: ho bisogno di luce.

Così, se dovessimo incontrarci al buio, ti riconoscerò.

Quando arriverai alla mia finestra,

non dimenticarti di aprirla.

L'ho disegnata apposta per te.

Porta una candela: ho bisogno di calore.

Così se dovessimo incontrarci d'inverno, ti riconoscerò.

Quando arriverai al mio cuore,

non spaventarti.

C'è una porta coperta da ragnatele di dolore, mancate attenzioni.

L'ho disegnata, piena di speranza, tanti anni fa.

Porta la tua chiave: ho bisogno di te.

Così, se volessi aprirla, ti riconoscerò.

E se non mi verranno le parole giuste,

donami i tuoi silenzi.

Accarezzami la fronte.

Fa' che possa amarti così,

con un nodo in gola,

ma la certezza nel cuore.


BOATO

Trattengo

un boato inesploso

dentro di me.

Sboccerà

in una risata stridente.

Chiuderò il dolore

in fuochi d'artificio.

RESPIRA


Ricordati che

Esisti.

Silenziosamente ascoltati

Proviamo

Insieme a

Recuperare la tua

Assenza




CONCORSO OSSI DI SEPPIA  - 1 MARZO 2025 

Ringrazio la esimia giuria , il presidente Chiara Cerri e Lamberto Garzia del Premio "Ossi di Seppia" Poesia per rientrare tra i primi 25 premi speciali giuria la mia opera : PAREIDOLIA partecipante alla sez . A . 


Orgogliosa di questa superlativo risultato e per essere stata selezionata tra : 


1281 PARTECIPANTI ALLA SEZ B 

1635 PARTECIPANTI ALLA SEZ A 

600. PARTECIPANTI ALLE ALTRE SEZIONI.


Queste soddisfazioni mi riempiono il cuore, in questo caso doppiamente in quanto è dedicata a una persona che da tre anni mi aiuta a trovare il mio equilibrio ❤️ 


Vi riporto la mia poesia:


PAREIDOLIA 

Una nuvola ricorda i suoi occhi. 

Dona lacrime di vita a figure

vestite d’inverno.