Pensieri sparsi
La prima poesia/ racconto che trovate nella pagina rimane per una settimana ( da mercoledì a mercoledì) , in modo da farmi conoscere anche con alcuni versi inediti.
IL FILO DEL SOLE -25/02/2026
Il cancello si richiude alle mie spalle con un cigolio stridulo, quasi a trattenere l'eco dei miei passi.
Cammino lentamente lungo il vialetto principale, senza una meta precisa. Una folata di vento scuote i rami, facendo cadere gocce che mi sfiorano il viso e le spalle.
Il parco sembra respirare dopo il temporale. Il selciato luccica, screziato di pozzanghere che riflettono le nuvole grigie sospese sopra di me. L'aria è fresca, intrisa del profumo intenso di terra bagnata e resina, del legno umido delle vecchie staccionate e dei fiori piegati dalla pioggia. Ogni goccia rimasta sugli alberi riflette minuscoli frammenti di luce.
Intorno a me la vita riprende piano: il cinguettio incerto dei passeri nascosti tra i cespugli, il latrato di un cane che rincorre un bastone gettato poco lontano, lo scroscio dell'acqua che ancora scivola nelle grondaie. Nella fontana danzano i cerchi lasciati dalle ultime gocce, mentre un bambino rincorre un pallone che rotola tra le foglie bagnate. Poco più in là, una donna sistema il cappuccio della giacca prima di riprendere a correre, mentre due anziani camminano piano, parlando a bassa voce.
Tutto sembra sincronizzarsi con la mia respirazione: il fruscio delle foglie, il suono di un'auto lontana, il cinguettio improvviso di un passero, lo zampillo della fontana vicina. Tutto crea un sottofondo ritmico, come se la natura stessa volesse accompagnare i miei battiti.
Poi la vedo.
Siede su una panchina di legno scuro, un po' appartata, con un taccuino aperto sulle ginocchia e una penna ferma tra le dita. I capelli le sono ancora leggermente umidi e spuntano dai bordi di un ampio cappello mentre sul cappotto restano le ultime tracce della pioggia. Quando alza lo sguardo, i suoi occhi si posano sui miei per un attimo, come un invito silenzioso. Senza pensarci troppo, mi avvicino e mi siedo accanto a lei. Non parliamo. Mi sento avvolta in uno scialle caldo, accolta in uno spazio dove non c'è fretta, non c'è richiesta .
Con lentezza, apro la borsa ed estraggo il mio quaderno. Lo sfoglio, riconosco le pagine già riempite nei giorni precedenti, e mi soffermo su quelle bianche che attendono. Appoggio la penna e inizio a scrivere. L'inchiostro si allarga piano, chiuso nel tratto e libero nell'essenza, come la pioggia che poco fa cadeva insistente disegnando il mondo. Scrivo dei pensieri che mi tengono sveglia la notte, di quella sensazione costante di girare a vuoto, senza un centro. Scrivo dei giorni in cui non mi sento vista, delle volte in cui ho desiderato che tutto si fermasse per non sentire più niente. Le parole scivolano, alcune rapide come gocce sul vetro, altre più esitanti, come se avessero bisogno di chiedere il permesso. Ogni frase che affiora sembra avere un'eco lontana: mi ricorda le sere durante l'adolescenza in cui, chiusa in camera, stendevo veli l'inchiostro alle ombre del cuore. Ricordo il fruscio delle pagine mentre scrivevo di nascosto, convinta che non avrebbero avuto alcun ascolto. Ora, accanto a questa presenza discreta, sento che anche ciò che un tempo era rimasto sepolto può tornare a respirare.
Ogni tanto mi interrompo. Ascolto. Non tanto i suoni esterni – il vento, gli uccelli, le ruote di una bicicletta– ma il silenzio accanto a me. È diverso da tutti gli altri, non pesa, non giudica, non pretende. Accoglie.
I fogli si riempiono di parole spezzate, cancellature, frasi incomplete, disegni improvvisati ai margini. Ci sono momenti di rabbia, altri di dolcezza improvvisa, altri ancora che sembrano chiedere scusa prima di esistere. Ma ogni parola trova il suo posto. Ogni gesto di scrittura è un passo nel labirinto dei miei pensieri, e io cammino, fragile, ma determinata. Accanto a me lei resta immobile, con il taccuino ancora sulle ginocchia. Non legge, non interviene. C'è . Quel suo silenzio attento è come un contenitore solido, un respiro profondo, pronto a custodire ogni parola che cade senza lasciarla infrangere.
Nei giorni che seguono torno sempre lì.
Il mio quaderno si riempie in fretta. Racconto ricordi d'infanzia: le passeggiate con mia nonna lungo il bagnasciuga alla ricerca di conchiglie e vetri smussati dalle onde; la casa in montagna, con il profumo di caffè e legna bruciata che si mescolava al fresco dell'aria; il torrente vicino che diventava il nostro mare, dove le piccole correnti erano avventure e rifugi, e ogni anfratto sembrava un tesoro prezioso da scoprire. Scrivo di assenze, di vuoti profondi, di silenzi che hanno lasciato spazio a paure ancora tangibili e desideri inespressi. A volte emergono immagini vivide: la cucina illuminata da una lampada gialla, il modo in cui una mano adulta mi sfiorava i capelli. Poi, improvvisamente, il ricordo di porte sbattute, di silenzi lunghi e pesanti come muri. È come se la penna fosse una chiave che apre stanze chiuse da anni, e io entro con cautela, scoprendo che l'aria vi ristagna ancora.
Con il tempo i quaderni si moltiplicano, si impilano uno sopra l'altro. Le copertine si sgualciscono, le pagine si gonfiano leggermente per l'umidità assorbita, ma non importa: sono la traccia concreta di un percorso. A volte li accarezzo come fossero creature vive, ognuna con il proprio battito. Ogni taccuino contiene il peso e la leggerezza di un frammento di me, e mi sembra quasi di ascoltare il mormorio di una folla che, finalmente, ha trovato la voce.
Lentamente, pagina dopo pagina, emerge un ordine nuovo. Riconosco il confine tra passato e presente, tra paure e realtà. Gli scritti iniziano a trasformarsi in parole dette. All'inizio solo un bisbiglio, un mormorio che trema. Poi il timbro si fa più chiaro, più sicuro. Le parole nascono, piano, ma con una forza propria, come se ogni frase scritta avesse aspettato il momento giusto per emergere. Un giorno mi sorprendo a ridere sommessamente, dopo aver letto ad alta voce una frase maldestramente scritta di fretta. I suoi occhi si addolciscono, e in quello sguardo sento un senso di comprensione che mi scalda più di qualsiasi gesto.
E a poco a poco il paesaggio cambia. Il parco che mi circondava svanisce, come se fosse stato solo un riflesso della mia mente. Ci ritroviamo non più all'aperto, ma in uno spazio tranquillo, sedute una di fronte all'altra. La luce filtrata dalla pioggia disegna riflessi sul pavimento, i fogli si distendono e il fruscio della penna accompagna i pensieri.
Anche la sua figura muta: non è più un volto apparso per caso lungo il cammino, ma si è fatta negli anni un approdo interiore. Ogni volta che chiudo gli occhi e ripenso a lei, riprovo un senso di casa, come se quell'incontro fosse inciso non nello spazio, ma in una regione profonda del mio cuore.
Al termine di ogni incontro, quando raccolgo sciarpa e fogli, porto con me la sensazione di una compagna che resta, la certezza silenziosa che rende ogni passo parte di un cammino che continua a costruirsi.
Allora capisco. La pioggia che vedevo cadere senza tregua era dentro di me. Le pozzanghere, il cielo grigio, i rivoli d'acqua che credevo reali non erano altro che riflessi dei miei pensieri più cupi, immagini che il mio cuore aveva proiettato sul mondo. Ora, mentre chiudo il quaderno e sollevo lo sguardo, quella pioggia interiore si attenua. Rimane qualche goccia, qualche ombra, ma non più ininterrotta. E tra le nuvole che ancora coprono il cielo intravedo un filo di sole. È tenue, fragile, ma reale. Un chiarore che promette giorni più leggeri, un passo dopo l'altro, foglio dopo foglio.
Il cammino non è concluso, ma per la prima volta non ho paura del tempo che servirà. Ogni parola scritta diventa un seme e so che, anche se l'acqua tornerà a cadere, qualcosa di nuovo saprà crescere. La pioggia non è più soltanto un peso: è anche linfa, promessa, possibilità.
IL BATTITO DEL SUO CUORE - 11/02/2026

Da questa distanza
la Terra sembra un respiro sospeso,
tra le mani invisibili dell'universo.
La vedo mutare come un campo
che attende il raccolto,
capace di cullare e ferire,
di custodire memorie di fuoco e di neve,
di respirare con le foreste lente,
di danzare con le maree in movimento.
Gli uomini la percorrono
come formiche luminose,
tracciano solchi, costruiscono labirinti,
alzano muri che l'aria non riconosce,
dimenticando talvolta
che ogni passo è un battito sul suo cuore.
Eppure, la Terra
canta ancora con le nuvole in viaggio
sogna nei mari che cambiano forma
custodisce oracoli nelle sabbia dei deserti
accende vulcani come cuori ardenti,
tiene in sé la memoria delle stelle.
Voi che siete la Terra che respira,
non dimenticate la vostra danza silenziosa,
non spegnete la voce dei fiumi,
non tradite le radici che attendono cura.
La Terra che verrà
nascerà dal gesto che ora scegliete:
una mano che semina,
un passo leggero che non ferisce il suolo
per fiorire nel tempo.
Senza titolo - 19/01/2024

"Imperfetti" - 28/12/2023

Dicembre - 06/12/2023
Dicembre che mese affollato : un rincorrersi di attese, speranze, desideri, frenesia , scadenze, ricordi, pensieri, obblighi, pesi, ombre.
Non lo amo, è evidente. O meglio non lo amo del tutto.
Non amo le luci di Natale, soprattutto quelle colorate e a intermittenza . Mi ricordano le persone che dovrebbero donarci il loro arcobaleno e invece si divertono a trasformarsi in temporali e cieli azzurri alla velocità del vento, senza forse rendersi conto che la loro luce fa la differenza nella vita altrui. Preferisco le persone che stanno dentro o fuori , coerentemente, costantemente, quotidianamente.
Non lo amo perché diveniamo miopi d'amore. La vista viene invasa e bombardata da fantastici regali avvolti in carta colorata, catturati da mani ormai stanche che cedono al dovere. La maggior parte scomparirà in poco meno di un soffio il giorno successivo alla festa.
Non amo le letterine di Babbo Natale che si trasformano in promesse di felicità. Dovrebbero essere un ringraziamento per quello che si ha e per quello che si vuole conservare.
Non amo le panchine vuote, un po' sporche nella loro solitudine, che aspettano la primavera.
Non amo nemmeno il caffè caldo, profuma sempre di qualcuno che non c'è più.
Non amo Dicembre perché è il tempo degli incontri con persone che si scambiano frettolosi auguri, le catene di messaggi inviate indistintamente a tutta la rubrica come ad adempiere un dovere morale. Pensate di recuperare la vostra assenza?
Non amo i ritrovi forzati. Cerco di abbracciare calore e affetto ,condividendo risate intorno a tavole imbandite …Il cuore batte all'unisono con il ticchettio dell'orologio, nella speranza che acceleri il passo e non mi faccia sentire sola in un Noi.
Non amo, o più che altro non capisco perché bisogni mettere un punto all'ultimo giorno del calendario, come se iniziasse un nuovo mondo. Come già scritto, il tempo è un continuo fluire in modo costante, con discese, salite, incroci, strade parallele, cadute improvvise, giornate splendide, amori, amicizie… insomma la "vita."
Cosa salvo?
Mi piace decorare casa, adoro che si respiri aria di gioia.
Mi piace realizzare un presepio sempre nuovo, con Gesù Bambino già strillante e i Re Magi già pronti per cullarlo. L'attesa non esiste. Per una volta nella vita posso imbrogliare il tempo.
Mi piace scrivere biglietti di auguri che si trasformano in lettere di ringraziamento.
Mi piace osservare lo sguardo di chi le legge, perché sento la loro vicinanza.
Amo ricevere gli auguri veri, una telefonata, ho bisogno contatto e intimità.
Mi piacerebbe accettare le assenze
e credere nelle nuove presenze.
